Sei cose che l’Odissea ha fatto per prima nella storia della letteratura occidentale
Ovvero celebrare il poema epico più amato di tutti i tempi con la scusa del film di Christopher Nolan
Il primo libro che ho consumato a forza di leggere e rileggere è stata un’edizione per ragazzi dell’Odissea: riassunta, semplificata, in prosa e illustrata. Quando ero molto piccola e non ancora capace di leggere da sola, chiedevo spessissimo a mia nonna Carla di leggerla ad alta voce. Lei eseguiva, per tenermi compagnia e intrattenermi durante innumerevoli pranzi. Un’abitudine che abbiamo portato avanti per molto tempo, anche quando stavo imparando a leggere per conto mio. Per me è quindi impossibile pensare all’Odissea senza pensare a mia nonna.
Avevamo altri libri tra cui scegliere per le nostre sessioni di lettura ad alta voce. Della stessa collana di libri per ragazzi, l’Iliade, l’Inferno di Dante e una raccolta di miti greci. Ognuno è stato letto più volte e abbondantemente sfogliato per guardare le illustrazioni, ma poi si tornava sempre all’Odissea. Perché? Cos’ha di più o di diverso l’Odissea rispetto per esempio all’Iliade (per limitare il confronto ai soli poemi omerici) da esercitare questo tipo di attrattiva su un pubblico moderno? Credo che la risposta sia semplice: l’Odissea racconta un’avventura straordinariamente intrattenente. Ulisse, nelle sue peregrinazioni per il Mar Mediterraneo nel tentativo di tornare a casa, all’isola di Itaca, dopo aver combattuto la guerra di Troia, vede luoghi lontani, incontra persone e creature diversissime e improbabili — sirene, ciclopi, mostri marini — dialoga con i morti e sopravvive con astuzia a pericoli imprevedibili. Ulisse è l’eroe dal “multiforme ingegno” e di lui sappiamo che farà leva sull’intelletto per cavarsi d’impiccio. Tutto sta nel vedere cosa si inventerà di volta in volta per uscirne vivo.
Parallelamente, anche il figlio di Ulisse, Telemaco, ancora speranzoso del ritorno del padre dopo vent’anni di assenza, intraprende un viaggio alla ricerca di informazioni; un viaggio che è anche una corsa contro il tempo perché, se Ulisse non torna subito a casa, sua moglie Penelope non riuscirà più a opporre resistenza ai nobili di Itaca (i Proci, ossia i “pretendenti”) che reclamano il trono vacante e sarà costretta a sposare uno di loro.
L’Odissea è un’avventura che ci intrattiene da quasi 3.000 anni, e anche più, se consideriamo che prima di essere fissata in forma scritta intorno al 700 a.C. è stata a lungo tramandata oralmente.

Durante ginnasio e liceo ho familiarizzato con il testo originale del poema, e ho potuto rendermi conto di quale impatto l’Odissea ha avuto sull’immaginario e sulle tecniche narrative delle epoche successive: un’influenza che continua a esercitarsi silenziosamente fino a oggi. In particolare, ci sono sei cose che l’Odissea ha fatto prima di ogni altro testo letterario, e che poi sono diventate consuetudini.
Raccontare un periglioso viaggio di ritorno
Al termine della guerra di Troia, vinta grazie all’inganno del cavallo di legno nella cui pancia si erano nascosti i soldati achei per prendere la città, Ulisse è salpato con gli altri argivi per tornare in patria. La destinazione di Ulisse è l’isola di Itaca, dove lo aspettano la moglie e il figlio, che aveva lasciato ancora in fasce, ma gli dei hanno altri progetti. Poseidone gli è nemico per l’accecamento del ciclope Polifemo, di cui è padre, e scaglia una terribile tempesta contro Ulisse e i suoi. Nessuno degli uomini sopravvive: solo Ulisse, aggrappato ai resti della nave, va alla deriva fino all’isola di Ogigia, dove la ninfa Calipso, innamoratasi di lui, lo tiene prigioniero per sette anni.
Prima di quest’ultimo naufragio, Ulisse e i suoi uomini avevano già avuto numerose disavventure: i Lotofagi, amichevoli ma insidiosi con i loro frutti che, se mangiati, fanno perdere la memoria; il già menzionato Polifemo; i cannibali Lestrigoni; la maga Circe, sulla cui isola Ulisse rimane un anno; le sirene con il loro pericoloso canto; le tremende Scilla e Cariddi. Il viaggio di ritorno a casa, che avrebbe dovuto essere relativamente breve, si protrae per dieci anni.
Ormai disperando di rivedere Itaca, Ulisse interroga l’antico indovino Tiresia in merito al proprio futuro. Invoca allora le ombre dei morti: tra di esse incontra la madre, morta di dolore per la prolungata assenza del figlio, e i fantasmi di Agamennone, di Aiace Telamonio e di Achille.
Achille chiede notizie del figlio Neottolemo e del vecchio padre Peleo; Aiace si rifiuta di parlare, ancora offeso con Ulisse per avergli sottratto le armi di Achille; Agamennone, reduce dalla vittoria di Troia, racconta la sorte toccatagli appena rientrato in patria, a Micene: la morte per mano della moglie Clitennestra e del suo amante Egisto.
‘O Atride molto glorioso, Agamennone sovrano di genti,
quale destino di morte dolorosa ti ha soggiogato?
Forse sulle tue navi ti abbatté Posidone
dopo aver suscitato furia terribile di venti maligni?
Oppure sulla terra uomini ostili ti uccisero,
mentre predavi buoi e belle greggi di pecore
o mentre combattevi per far tua una città e le sue donne?’.
Così dissi, ed egli subito così mi rispose:
‘Laerziade, prole di Zeus, Ulisse dalle molte astuzie,
né Posidone mi abbatté sulle mie navi
dopo aver suscitato furia terribile di venti maligni,
né sulla terra uomini ostili mi tolsero la vita.
Fu Egisto, che mi ordì il destino di morte, e mi uccise
con la funesta mia moglie. Mi invitò nella sua casa,
mi offrì il pranzo - e come si ammazza un bue alla greppia,
così io morii di molto miserevole morte, e intorno,
gli altri compagni venivano uccisi, uno dopo l’altro, come porci
dalle candide zanne, in casa di un uomo ricco e molto potente,
per nozze o banchetto o splendido convito.
— Canto XI, versi 397-415
Il tema del nóstos (νόστος), cioè del ritorno a casa, inteso come viaggio epico e trasformativo, nella tradizione epica orale precedente l’Odissea era associato al rientro in patria degli eroi greci dopo la guerra di Troia. Quando Agamennone racconta la sua morte a Ulisse, sta facendo riferimento a fatti già noti al pubblico dell’epoca. L’Odissea, raccontando le vicissitudini di Ulisse, consacra il tema del nóstos come modello e inaugura una sorta di franchise che si concretizza nel poema perduto I ritorni (Nostoi) che, come un buon sequel, racconta il ritorno in patria dei singoli eroi greci dopo la fine della guerra di Troia. Non quello di Ulisse naturalmente, perché già ben raccontato nell’Odissea.
Il tema del ritorno raccontato nell’Odissea continua a ispirare opere contemporanee direttamente e indirettamente: da Cold Mountain di Charles Frazier, scritto con l’Odissea sulla scrivania, a O Brother, Where Art Thou? dei fratelli Coen, che dichiara il debito con Omero già dai titoli di testa, fino a Battlestar Galactica, che trasforma un’intera flotta di sopravvissuti in un Ulisse corale alla ricerca di una nuova casa.
Partire in medias res e usare un flashback per raccontare cos’è accaduto prima
Leggendo l’Odissea, Ulisse lo incontriamo per la prima volta quando è sull’isola di Calipso. È infelice, pensa a sua moglie e vorrebbe andarsene, ma la ninfa lo trattiene finché, tramite il dio Ermes, arriva l’ordine di Zeus di lasciarlo partire. Calipso si adira e denuncia l’ipocrisia degli dei che puniscono le dee che si innamorano di un mortale, come è lei di Ulisse, e concedono agli dei maschi gli stessi amori (vedi le innumerevoli scappatelle di Zeus). Poi però ubbidisce all’ordine: fornisce a Ulisse legna per costruire una zattera, provviste e un vento favorevole per la partenza.
Come sappiamo, Ulisse non è ancora destinato a fare ritorno a casa: fa naufragio e, nudo, malconcio e incrostato di salsedine, finisce sulle coste dei Feaci dove viene trovato e salvato da Nausicaa, figlia del re dell’isola, Alcinoo.
Pur non conoscendo la vera identità di Ulisse, i Feaci lo accolgono con tutti gli onori perché l’ospite è sacro. Durante un banchetto, il cantore cieco Demodoco si esibisce nella narrazione di un antico poema che racconta della caduta di Troia, episodio di cui Ulisse è protagonista assoluto in quanto ideatore dello stratagemma del cavallo. È solo allora che Ulisse, commosso e desideroso di rievocare il passato, rivela ai suoi ospiti la propria vera identità e inizia a raccontare quel che gli è successo da quando è salpato dalle coste di Troia fino al momento presente. Con un lunghissimo flashback che occupa quattro canti del poema epico, dal IX al XII, anche noi lettori scopriamo come sono iniziate le disavventure di Ulisse e ci accorgiamo che gran parte di esse sono avvenute ben prima dell’arrivo di Ulisse sull’isola di Calipso dove lo abbiamo trovato nel canto V del poema.
Ebbene, anche il mio travagliato ritorno mi appresto a narrarti,
quello che Zeus mi inflisse quando venni via da Troia.
— Canto IX, versi 37-38Con questo salto temporale all’indietro nella narrazione, Omero — chiameremo così l’autore dell’Odissea, pur sapendo che oggi la teoria più accreditata attribuisce il poema a una lunga tradizione collettiva più che a un unico autore — cede la voce narrante allo stesso Ulisse. La narrazione passa dalla terza alla prima persona: non è più l’aedo onnisciente a raccontare le avventure di Ulisse, ma Ulisse a raccontarle, con tutto ciò che ne consegue in termini di parzialità, enfasi, possibile inattendibilità.
Questa tecnica narrativa si chiama analessi. Il termine flashback è stato coniato molti secoli dopo in riferimento al linguaggio cinematografico hollywoodiano. Nell’epica arcaica l’analessi era un espediente narrativo tutt’altro che comune. Orazio, nell’Ars Poetica (13 a.C.), un trattato dedicato alla poesia, elogia esplicitamente Omero proprio per questo modo di costruire il racconto.
L’Odissea offre il primo esempio noto di analessi nella letteratura occidentale. Da allora questa tecnica narrativa è diventata una delle più diffuse. Letteratura e cinema la impiegano con grande frequenza: film come La vita è meravigliosa, Quarto potere, Titanic, Forrest Gump e The Millionaire si aprono nel presente e, attraverso uno o più flashback, tornano nel passato per ricostruire la storia dei protagonisti. Lo stesso accade in romanzi come Frankenstein, Cime tempestose e Il nome della rosa. L’origine di questa soluzione narrativa risale proprio all’Odissea.
Sviluppare trame parallele che convergono nel finale
Un’altra peculiarità dell’Odissea rispetto all’epica antica è la costruzione di due linee narrative autonome, che procedono in parallelo e convergono solo nella parte finale del poema.
Da una parte c’è Telemaco, figlio di Ulisse, che, preoccupato per la situazione a Itaca, parte alla ricerca di notizie del padre, assente da molti anni. È la cosiddetta Telemachia, che occupa i primi quattro canti del poema. Dall’altra parte c’è Ulisse, impegnato nel suo lungo e travagliato viaggio di ritorno.
Nel poema che porta il suo nome, Ulisse (Odisseo nella versione greca1)non compare in carne ed ossa prima del canto V.
Anche Telemaco, dal canto suo, intraprende un viaggio, meno rocambolesco di quello del padre, ma comunque non privo di pericoli. Spronato da Atena, che assume le sembianze di Mente, un vecchio amico di famiglia, Telemaco convoca l’assemblea dei nobili di Itaca, accusa apertamente i Proci e prepara in segreto una nave per partire alla ricerca di notizie su Ulisse.
La prima tappa è Pilo, dove incontra Nestore, reduce dalla guerra di Troia, che però non ha informazioni dirette sul destino di Ulisse. Prosegue poi verso Sparta, dove incontra Menelao ed Elena, ormai riconciliati, dai quali apprende che il padre è ancora vivo e si trova prigioniero della ninfa Calipso. Telemaco fa allora ritorno ad Itaca: avvisato da Atena, evita l’agguato dei Proci che vogliono ucciderlo, e sbarca su un tratto di costa lontano dalla città. Nel frattempo Ulisse è già approdato sull’isola, travestito da mendicante. I due si incontrano nella capanna del porcaro Eumeo: Atena restituisce a Ulisse il suo vero aspetto e padre e figlio si riconoscono, ricongiungendo i due filoni narrativi. Da quel momento Telemaco aiuterà attivamente il padre nello scontro con i Proci.
Nel corso del poema, Telemaco passa dall’essere un giovane inesperto, a un giovane uomo capace di far sentire la propria voce, che sta imparando a muoversi nel mondo degli adulti e a portare il peso del nome del padre. Questa evoluzione ha portato a considerare la Telemachia come un romanzo di formazione ante litteram. Anche la gestione di trame parallele che si sviluppano autonomamente e convergono nel finale è una caratteristica tipica del romanzo moderno che l’Odissea anticipa.
Scendere nell’Oltretomba
Nel canto X dell’Odissea, Ulisse, indeciso su quale strada intraprendere per un felice ritorno a casa, riceve dalla maga Circe il consiglio di scendere nell’Ade “per chiedere all’anima del tebano Tiresia, il cieco indovino, di cui sono saldi i precordi”. Tra tutte le anime dei defunti, spiega Circe, solo Tiresia conserva dopo la morte la capacità di comprendere e conoscere il destino, mentre gli altri sono semplici ombre prive di coscienza.
Allora Ulisse si reca fino ai confini del mondo, presso il popolo dei Cimmeri, avvolto in nebbia perenne. Qui, seguendo le istruzioni di Circe, scava una fossa, versa libagioni (prima latte e miele, poi vino e acqua), cosparge tutto di farina d’orzo bianca e sgozza due pecore lasciando che il sangue si raccolga nella fossa. Le anime dei morti accorrono attratte dall’odore del sangue, ma restano prive di voce e coscienza finché non ne bevono: è il sangue a restituire loro temporaneamente la capacità di riconoscere e parlare.
[…] E si affollarono
venendo da giù dall’Erebo le anime dei morti defunti:
giovani spose e ragazzi e vecchi che molto avevano sofferto,
e delicate vergini, nell’animo afflitte da recente dolore,
e molti che il colpo avevano subito di bronzee lance,
uomini uccisi in battaglia, con le armi sporche di sangue.
Erano molti ad arrivare intorno alla fossa, di qua e di là,
con grida sovrumane: da verde paura io fui preso.
— Canto XI, versi 36-43
In sostanza Ulisse compie un rito negromantico (nekyia) di evocazione delle anime dei defunti attraverso il sangue e le libagioni. Non si tratterebbe quindi di una catabasi (κατάβασις) cioè della vera e propria discesa di un vivo nell’Ade. Tuttavia il testo omerico non è del tutto coerente e anche se l’impressione è che siano le anime dei defunti a venire incontro a Ulisse che resta al confine dell’Oltretomba, ci sono alcuni versi che sembrano presupporre che Odisseo sia effettivamente disceso nel regno dei morti.
Sia come sia, quel che è certo è che l’Odissea è diventata modello per la discesa nell’Oltretomba di Enea nell’Eneide di Virgilio e per l’ancora più celebre viaggio ultraterreno di Dante nella Divina Commedia.
Sfruttare le scene di riconoscimento come dispositivo strutturale ricorrente
Nella Poetica (334/330 a.C.), Aristotele parla dell’anagnorisis, o agnizione, cioè il riconoscimento della vera identità di un personaggio, della propria condizione o di un legame rimasto nascosto. La considera uno dei due cardini dell’intreccio tragico insieme alla peripezia, il rovesciamento della fortuna, e osserva che l’effetto drammatico è massimo quando i due momenti coincidono. Proprio a proposito dell’anagnorisis, Aristotele cita come esempio l’Odissea.
Ulisse arriva finalmente a Itaca e, grazie all’intervento di Atena, assume le sembianze di un vecchio mendicante per non essere riconosciuto. Per sua scelta rivela la propria identità soltanto a pochi alleati fedeli, ma alcuni a lui profondamente legati riescono comunque a riconoscerlo, nonostante il travestimento.
L’anziana Euriclea, che era stata la sua nutrice, identifica Ulisse grazie alla cicatrice sulla gamba. Si tratta di un riconoscimento “tramite segno”, come lo definisce Aristotele.
Il riconoscimento da parte di Penelope, nel canto XXIII, segue invece una dinamica diversa. Penelope diffida dei segni esteriori, che potrebbero essere ingannevoli, e decide quindi di mettere alla prova il marito chiedendo alla nutrice di spostare il letto nuziale fuori dalla stanza. Solo il vero Ulisse può reagire a quella richiesta, perché sa che il letto non può essere spostato: lo ha costruito lui stesso intagliandolo nel tronco di un ulivo ancora radicato nel terreno.
L’espediente narrativo del riconoscimento è molto antico ed era già ampiamente diffuso nella tradizione orale. L’Odissea è però tra le testimonianze scritte più antiche ad averlo trasformato in un elemento strutturale del racconto, attraverso una sequenza di riconoscimenti progressivi che accompagna il ritorno di Ulisse in patria e il graduale ristabilirsi dell’ordine perduto.
L’influenza dell’Odissea sul tema del riconoscimento si ritrova nella tragedia attica, per esempio nelle Coefore di Eschilo, dove Elettra riconosce il fratello Oreste grazie a una ciocca di capelli e all’impronta del piede lasciata sulla tomba del padre. Ricompare poi nella commedia di Menandro, dove diventa un meccanismo ricorrente degli intrecci fondati su figli perduti o scambiati alla nascita, e continua a svilupparsi nei secoli successivi fino alle opere teatrali di Shakespeare.
Rappresentare l’amore fedele di un cane per il padrone

Il primo a riconoscere Ulisse, sbarcato a Itaca in incognito, è il vecchio cane Argo, che lo identifica istintivamente dall’odore. La gioia di rivedere il suo amato padrone è così intensa che il cuore del vecchio Argo cede subito dopo averlo riconosciuto.
Lì giaceva il cane Argo tutto pieno di zecche moleste.
Allora, come vide Ulisse che era vicino,
scodinzolò con la coda, e abbassò tutte e due le orecchie,
e non ce la fece più ad arrivare più vicino al padrone.
Ulisse, volgendo altrove lo sguardo, si asciugò il pianto […].
E Argo, il destino di nera morte lo colse appena vide Ulisse nel ventesimo anno.
— Canto XVII, versi 300-327
Sono i versi più toccanti di tutto il poema e, da affezionata padrona di un cane meticcio di nove anni, voglio citarli come prima rappresentazione letteraria del cane come essere empatico e dotato di una propria sfera emotiva.
Essere metanarrativa
Alla corte dei Feaci, quando nel canto VIII l’aedo Demodoco canta la caduta di Troia, Ulisse si commuove e da quel momento inizia a raccontare in prima persona le proprie avventure attraverso il lungo flashback che si conclude nel canto XII.
Queste cose cantava il famoso cantore;
e si struggeva Ulisse, e il pianto giù dalle palpebre gli bagnava le guance.
— Canto VIII, versi 521-522
Nei canti dall’VIII al XII l’Odissea sviluppa una forte dimensione meta-epica, perché riflette sulla propria natura di canto e sulla figura dell’aedo. Il poema mette in scena il funzionamento stesso della tradizione orale: Odisseo diventa contemporaneamente personaggio della storia, ascoltatore del canto di Demodoco e narratore delle proprie vicende. Il racconto di Ulisse in prima persona costituisce così un poema dentro il poema.
Lo stesso Demodoco, il cui canto suscita la reazione emotiva di Ulisse, è stato interpretato fin dall’antichità come un possibile autoritratto di Omero o, più in generale, come una rappresentazione simbolica della tradizione orale di cui gli aedi erano custodi. Anche il dettaglio della sua cecità — la Musa “gli tolse la vista ma gli diede il dono del canto” — è stato accostato alla tradizione biografica che descrive Omero come cieco.
L’influenza più diretta e riconoscibile di questa dimensione metanarrativa dell’Odissea si coglie nell’Eneide. Nei libri II e III, durante un banchetto alla corte di Didone, Enea racconta le proprie vicende e Virgilio costruisce la scena come un esplicito richiamo al racconto di Odisseo alla corte dei Feaci. Arriva persino a far dire a Enea che nemmeno il più valoroso dei soldati di “quel crudele Ulisse” riuscirebbe a trattenere le lacrime nel raccontare la caduta di Troia, richiamando così proprio il pianto di Ulisse durante il canto di Demodoco.
È difficile quantificare l’influenza che l’Odissea ha avuto sulle forme narrative successive. Pur essendo un poema in versi ha per molti aspetti anticipato il romanzo e ispirato direttamente molte storie moderne e contemporanee, come Il canto di Penelope di Margaret Atwood, Circe di Madeline Miller e Itaca per sempre di Luigi Malerba.
Molto più profondo è l’impatto silenzioso che l’Odissea ha avuto e continua ad avere sul modo in cui raccontiamo e fruiamo storie.
Se per caso ho tralasciato qualche altro “primato” dell’Odissea, segnalatemelo nei commenti… o supplicate il dio Ermes di recapitarmi il vostro messaggio.
Nei commenti raccontatemi il vostro rapporto con l’Odissea. Il film di Nolan vi sta mettendo la curiosità di leggerla?
Per ogni evenienza, vi consiglio due edizioni:
Una in prosa: Odissea, traduzione di Daniel Russo dalla versione inglese di Samuel Butler, Blackie Edizioni, 2022
Una in versi con testo originale a fronte: Odissea, traduzione di Vincenzo Di Benedetto e Pierangelo Fabrini, BUR, 2010
Buona lettura a tutte e tutti! :)
Noemi
Per abitudine uso il nome Ulisse, che corrisponde alla forma latina adottata dalla maggior parte delle traduzioni italiane dell’Odissea. Odisseo (Ὀδυσσεύς) è invece il nome greco utilizzato nel testo originale. Per approfondire la questione, consiglio questo articolo del Post: Ulisse o Odisseo? (e Odissèo o Odìsseo?) ↩︎














Grazie Noemi, ho letto “voracemente “ perché a me epica ai tempi della scuola piaceva molto e l’Odissea era sicuramente la mia preferita. Qui però ho trovato curiosità e particolari che non conoscevo e mi hai sbloccato il ricordo di peripezie di Ulisse che avevo dimenticato.
Direi che è da rileggere, certamente 📗 📕
Grazie mille, splendido articolo. Io in materia di epica sono abbastanza ignorante, a scuola non l'ho mai studiata e non ho mai approfondito in seguito.
Grazie soprattutto per i link alla casa editrice Blackie: sembra una edizione molto interessante e ben curata.
Ne ho approfittato per spulciare tutta la collana "Classici liberati" e li prenderei tutti 😍
Di Blackie ho preso "Tolkien contro le Macchine" e, nonostante il libro sia breve, è veramente ben fatto.
Questa sta velocemente diventando una delle mie case editrici preferite.